Che cos’è rimasto di umano sulla Luna?

luna

Sono numerose le cose lasciate intenzionalmente dagli astronauti che l’hanno visitata: una placca firmata da Richard Nixon, una bandiera americana, una bibbia su microfilm.
Altri oggetti, utilizzati sulla Luna, sono poi stati abbandonati là perché sarebbe stato poco pratico o economico riportarli sulla Terra: veicoli per gli spostamenti, parti di moduli lunari, zaini, macchine fotografiche, carriole e… impronte!

impronta luna

Si, anche le impronte lasciate dagli astronauti resteranno impresse sul terreno per migliaia o forse milioni di anni. Questo perché sulla Luna non c’è atmosfera e non ci sono venti che possono spazzarle velocemente via.

Che ne pensate, non abbiamo inquinato anche la Luna?

Annunci

Nel mio piccolo non comprerò mai più un prodotto di un paese in cui la vita non vale nulla!!!

OGNI COMMENTO E’ SUPERFLUO!!!!

Le immagini che seguono sono estremamente dure, però riteniamo doveroso mostrarle, perché fatti così gravi non devono passare inosservati. Il mondo deve sapere, la gente deve essere informata di quanto accade in Cina, di come possa disumanamente divenire normalità il disprezzo per la vita.

Una bimba appena nata giace morta sotto il bordo del marciapiedi, nella totale indifferenza di coloro che passano.
La piccina è solo un’altra vittima della politica crudele del governo cinese che pone il limite massimo di un solo figlio nelle città (due nelle zone rurali), con aborto obbligatorio.
Nel corso della giornata, la gente passa ignorando il bebè.
Automobili e biciclette passano schizzando fango sul cadaverino.


Di quelli che passano, solo pochi prestano attenzione.

La neonata fa parte delle oltre 2000 bambine abbandonate appena nate ogni anno, in conseguenza della politica del governo cinese.
L’unica persona che ha cercato di aiutare questa bambina ha dichiarato:
‘Credo che stesse già per morire, tuttavia era ancora calda e perdeva sangue dalle narici’.
Questa signora ha chiamato l’Emergenza però non è arrivato nessuno.

‘Il bebè stava vicino agli uffici fiscali del governo e molte persone passavano ma nessuno faceva nulla… Ho scattato queste foto perché era una cosa terribile…’
‘I poliziotti, quando sono arrivati, sembravano preoccuparsi più per le mie foto che non per la piccina…’

In Cina, molti ritengono che le bambine siano spazzatura.
Il governo della Cina, il paese più popoloso del mondo con 1,3 miliardi di persone, ha imposto la sua politica di restrizione della natalità nel 1979.
I metodi usati però causano orrore e sofferenza: i cittadini, per il terrore di essere scoperti dal governo, uccidono o abbandonano i propri neonati.
Ufficialmente, il governo condanna l’uso della forza e della crudeltà per controllare le nascite; però, nella pratica quotidiana, gli incaricati del controllo subiscono tali pressioni allo scopo di limitare la natalità, che formano dei veri e propri ‘squadroni dell’aborto’. Questi squadroni catturano le donne ‘illegalmente incinte’ e le tengono in carcere finché non si rassegnano a sottoporsi all’aborto.
In caso contrario, i figli ‘nati illegalmente’ non hanno diritto alle cure mediche, all’istruzione, né ad alcuna altra assistenza sociale. Molti padri vendono i propri ‘figli illegali’ ad altre coppie, per evitare il castigo del governo cinese.
Essendo di gran lunga preferito il figlio maschio, le bambine rappresentano le principali vittime della limitazione delle nascite.
Normalmente le ragazze continuano a vivere con la famiglia dopo del matrimonio e ciò le rende un vero e proprio un peso.
Nelle regioni rurali si permette un secondo figlio, ma se anche il secondo è una femmina, la cosa rappresenta un disastro per la famiglia.
Secondo i dati delle statistiche ufficiali, il 97,5% degli aborti è rappresentato da feti femminili.
Il risultato è un forte squilibrio di proporzioni fra popolazione masch ile e femminile. Milioni di uomini non possono sposarsi, da ciò consegue il traffico di donne.
L’aborto selezionato per sesso sarebbe proibito dalla legge, però è prassi comune corrompere gli addetti per ottenere un’ecografia dalla quale conoscere il sesso del nascituro.
Le bambine che sopravvivono finiscono in precari orfanatrofi.
Il governo cinese insiste con la sua politica di limitare le nascite e ignora il problema della discriminazione contro le bambine.


Alla fine, un uomo raccolse il corpo della bambina, lo mise in una scatola e lo gettò nel bidone della spazzatura.

FATELA GIRARE QUESTA E-MAIL! NON TROVATE SCUSE CHE NON AVETE TEMPO, CHE LA FARETE DOPO.
 OGNI GIORNO TRA NOI CE NE MANDIAMO DI TUTTI I TIPI, PER QUELLE IL TEMPO CE L’ABBIAMO SEMPRE. INVIATELA A TUTTI!!!!

Aho lo sai? Io c’ho l’ifon!

Ebbene si signori, signore, signorine e signorini di ogni genere, ormai la moda ci trascina sempre di più, e un marchio diventa un simbolo, un qualcosa che ci contraddistingue, uno status quo, un qui pro quo, do ut des… insomma, qualcosa che o ce l’hai o te la devi procurare, altrimenti resti fuori dal giro.

Diceva Caparezza “Non vivo di pallone, non parlo di figone, non indosso vesti buone, quindi sono fuori da ogni discussione!” e aveva pienamente ragione…

Io non vivo di pallone, non parlo di figone, figuratevi se indosso vesti buone… e naturalmente sono costantemente fuori da ogni discussione! 🙂

Però ora voglio partecipare a questo concorso di TheAppleLounge che mette in palio un iPhone… e io voglio vincerlo! 🙂

Vi chiederete “Perché?!” vero? Beh la risposta non è quella che immaginate… non lo voglio per farmi il bello e dire “Aho io c’ho l’ifon!!!! So troppo figo!“, ma perché se lo vinco io ci sarà un coglione in meno che andrà in giro con il jeans Frutta, maglia Baci&Abbracci, cappellino De Puta Madre, sciarpa Sweet Years, guanti D&G, a gridare “Aho l’ifon ce l’ho solo io in Italia, m’ha mandato direttamente Bill Gates… si si m’ha mandato proprio lui, assieme a Uindos Vista come regalo per Natale. So troppo fico, so troppo bello…

Se fate vincere me, farete un servizio alla società 🙂

Come sarà Google tra 20 anni?

google

Quali nomi hanno le dita dei piedi?

A differenza di quelle della mani, le dita dei piedi non hanno un nome! Delusi? 🙂
Si chiamano semplicemente digiti pedis, secondo la classificazione internazionale dei termini anatomici stabilita nel 1955, e solo il primo è chiamato alluce.

Per distinguerli vengono numerati progressivamente (I,II,III,IV,V dito) a partire dall’alluce che, analogamente al primo dito della mano, ha solo due falangi, mentre le alte ne hanno tre.

Di solito il primo è anche il dito più lungo, ma vi sono persone (circa il 10-15% della popolazione) con il secondo dito del piede più lungo dell’alluce.
Per Ronald Chapell, fondatore di un “club della salute” a Miami, questo è un indizio inconfondibile di bellezza!
Chapell è giunto a questa conclusione confrontando migliaia di fotografie: le donne più belle hanno queste caratteristica. Esempi illustri? La Venere di Botticelli e Marilyn Monroe.
E questo potrebbe valere anche per gli uomini: il David di Michelangelo sembra dimostrarlo.

E ora toglietevi tutti la scarpa e controllate! E voglio sapere i risultati 🙂

Come è fatto il cervello?

E’ l’oggetto più complesso e misterioso che si conosca: 1300-1500 grammi di tessuto gelatinoso, composto da 100 miliardi di cellule (i neuroni) ognuna delle quali sviluppa in media 10mila connessioni con le cellule vicine.
Vi illustrerò in questo e nei prossimi post, in sintesi, come si forma, com’è organizzato, come si difende e come funziona il cervello.

Durante la vita fetale, l’organismo produce non meno si 250 mila neuroni al minuto. Ma 15-30 giorni prima della nascita, la produzione si blocca e per il cervello inizia una seconda fase che durerà tutta la vita: la creazione di connessioni tra le cellule.
In questo processo le cellule che falliscono le connessioni vengono eliminate, tanto che al momento della nascita sono già dimezzate!!

La moria diviene imponente dai 30-40 anni quando, senza che l’organismo le sostituisca (la rigenerazione dei neuroni è stata realizzata solo in laboratorio), le cellule cerebrali cominciano a morire al ritmo di 100mila al giorno, circa 1 al secondo!
Per fortuna non c’è un corrispondente declino mentale: la capacità di creare connessioni preserva infatti le facoltà mentali acquisite.

Struttura a strati del cervello

Il cervello umano (più correttamente “encefalo“) è il risultato della sovrapposizione dei tre tipi di cervello apparsi nel corso dell’evoluzione dei vertebrati. Dal basso (alla base del cranio), il cervello più antico, o rombocefalo, specializzato nel controllo di funzioni involontarie come vigilanza, respirazione, circolazione e tono muscolare
Comprende il cervelletto e le parti del midollo spinale che si allungano nel cervello.
Salendo, c’è il mesencefalo: una piccola porzione di tessuto nervoso costituita dai cosiddetti peduncoli cerebrali e dalla lamina quadrigemina.
Infine c’è il prosencefalo, la parte più “moderna“, suddiviso in diencefalo e telencefalo. Il primo, chiamato anche “sistema limbico”, contiene strutture come talamo, ipotalamo, ipofisi e ippocampo, da cui provengono sensazioni come fame, sete o desiderio sessuale.
Infine la parte più recente in assoluto: la corteccia, dove hanno sede le funzioni dell’intelligenza e del linguaggio.

Nei prossimi articoli:
A cosa servono le meningi?
Che cosa ci dice l’elettroencefalogramma?
La struttura del neurone.
Che cosa sono le sinapsi?
Cos’è il coma?
Se il cervello si ammala?
Che cosa sono i ricordi?

Non mancate, vi aspetto 🙂

Ke awerrà nel proximo Millennjo? Ci awarremo di una nuovixima grafja!

Botta e risposta che prefigura, niente meno, una curiosa riforma ortografica della lingua italiana. All’Università Roma Tre, nel corso di cultura europea del lavoro, per facilitare l’italiano agli altri europei, si sperimenta l’uso di lettere alfabetiche desuete: “j”, per il raddoppio della “i”, come in principii (fino all’Ottocento si usava anche per “jeri” o “noja”, come per Jesi e Jonio); “k”, al posto di “ch” (“ke“, “ki”, invece di che e chi); “w”, come raddoppio della “v” (“awenire, per avvenire); e “x”, per la doppia “s” (“nexuno“, invece di nessuno). Si utilizzano, insomma, tutte le 26 lettere dell’alfabeto (ma la “y” resta per ora di riserva) e non solamente 21, come si fa normalmente.

Oltre ad agevolare i forestieri che storpiano le parole italiane, si ottiene un certo risparmio nella stampa di libri e giornali, con parole più brevi“, sostiene Marcello Luchetti, titolare di didattica generale e sociologia dell’educazione, nella Facoltà di Scienze della formazione, da dove è partito il tentativo di riformare la grafia.
Se si chiamasse Luketti, si sentirebbe più europeo? La sua riforma ortografica non contribuirà al declino (“deklino”) se non al collasso (“kollaxo”) della lingua italiana, già maltrattata da mode e modi gergali? “Ci vorrà tempo, una decina d’anni, prima che anche gli italiani si abituino ad usare tutto l’alfabeto – risponde “Luketti” – e comunque la riforma di grafia non riguarderà testi letterari”.

Meno male: altrimenti capiterebbe di leggere “Kuel ramo del lago di Komo”. Ma l’uso abituale di “k” risale alle origini della nostra lingua. Il primo testo scritto in italiano, il Placito di Capua (sentenza del 960, per legittimare terreni dei benedettini di Montecassino), dice così: “Sao ke kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti” (So che quelle terre, entro quei confini come qui si registra, le possedette trent’anni il monastero di San Benedetto).
E nel Cantico francescano si legge “se konfano” (si confanno), “quelli ke perdonano“, “ka da te, Altissimo, sirano incoronati“, e anche “skappare“.
In altri versi, per le monache di San Damiano, nel 1225, San Francesco diceva: “…ke en obedientia moriate… / ka multo venderite cara questa fatiga”.

“Noi italiani abbiamo tramutato il k in ch“, scriveva più di un secolo fa l’erudito linguista Filippo Ugolini, quasi a lamentarsene, nel suo Vocabolario di parole e modi errati. “Ma già Trissìno, nel 1510, voleva resuscitare la k, defunta dal Duecento, con una polemica durata due anni”, spiega Giorgio Bàrberi Squarotti, cattedra di letteratura italiana all’università di Torino, direttore del monumentale Grande dizionario della lingua italiana (che l’Utet va pubblicando da una quarantina d’anni, senza averlo ancora ultimato, tanto ricco e complesso – “complexo” – è il dolce idioma).

“Non ha senso una pretesa riforma della grafia – aggiunge Bàrberi Squarotti – e del resto i dizionari raccolgono tutte le lettere dell’alfabeto, per parole tecniche, ad esempio, che richiedono una grafia di uso esclusivamente specialistico”. Eppure, fra Internet e linguaggi computerizzati, circolano già moltissime parole ibride. Come adeguarsi? “Una lingua muore quando ne sparisce la tradizione – risponde ancora Bàrberi Squarotti – e Internet non è una rottura con la tradizione, ma una tecnica nuova, usata da una minoranza di persone; mentre la lingua d’uso non può essere tecnica e astratta.

“Le riforme ortografiche sono sempre un disastro, come si è dimostrato con quella proposta in Francia tre anni fa, respinta anche dai francesi del Canada e della Svizzera; come presumo farebbero (se passasse in Italia) i nostri connazionali all’estero”, dice Giovanni Nencioni, presidente dell’Accademia della Crusca. Però già qualche “cruscante” ha perorato un rinnovamento della grafia, se non altro per gli accenti di parole che confondono significati. “Ogni lingua ha i suoi segni particolari – puntualizza Nencioni – e nelle grammatiche si spiega l’uso di quelli meno correnti, per capire linguaggi specifici, come navigando in Internet.

Ogni epoca, d’altra parte, ha avuto una lingua “internazionale”: per gli antichi fu il Greco, poi il Latino fino al tardo Medio Evo e poi il francese sino al primo ‘800. Accade lo stesso con l’inglese, considerandola lingua strumentale. Mentre l’italiano, poco diffuso – conclude il presidente della Crusca – deve restare lingua colta, senza ferirne le autentiche realtà culturali”.

E voi ke ne pensate? Coraggio commentate numerosiximi e fatemi sapere ke ne pensate!