Ke awerrà nel proximo Millennjo? Ci awarremo di una nuovixima grafja!

Botta e risposta che prefigura, niente meno, una curiosa riforma ortografica della lingua italiana. All’Università Roma Tre, nel corso di cultura europea del lavoro, per facilitare l’italiano agli altri europei, si sperimenta l’uso di lettere alfabetiche desuete: “j”, per il raddoppio della “i”, come in principii (fino all’Ottocento si usava anche per “jeri” o “noja”, come per Jesi e Jonio); “k”, al posto di “ch” (“ke“, “ki”, invece di che e chi); “w”, come raddoppio della “v” (“awenire, per avvenire); e “x”, per la doppia “s” (“nexuno“, invece di nessuno). Si utilizzano, insomma, tutte le 26 lettere dell’alfabeto (ma la “y” resta per ora di riserva) e non solamente 21, come si fa normalmente.

Oltre ad agevolare i forestieri che storpiano le parole italiane, si ottiene un certo risparmio nella stampa di libri e giornali, con parole più brevi“, sostiene Marcello Luchetti, titolare di didattica generale e sociologia dell’educazione, nella Facoltà di Scienze della formazione, da dove è partito il tentativo di riformare la grafia.
Se si chiamasse Luketti, si sentirebbe più europeo? La sua riforma ortografica non contribuirà al declino (“deklino”) se non al collasso (“kollaxo”) della lingua italiana, già maltrattata da mode e modi gergali? “Ci vorrà tempo, una decina d’anni, prima che anche gli italiani si abituino ad usare tutto l’alfabeto – risponde “Luketti” – e comunque la riforma di grafia non riguarderà testi letterari”.

Meno male: altrimenti capiterebbe di leggere “Kuel ramo del lago di Komo”. Ma l’uso abituale di “k” risale alle origini della nostra lingua. Il primo testo scritto in italiano, il Placito di Capua (sentenza del 960, per legittimare terreni dei benedettini di Montecassino), dice così: “Sao ke kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti” (So che quelle terre, entro quei confini come qui si registra, le possedette trent’anni il monastero di San Benedetto).
E nel Cantico francescano si legge “se konfano” (si confanno), “quelli ke perdonano“, “ka da te, Altissimo, sirano incoronati“, e anche “skappare“.
In altri versi, per le monache di San Damiano, nel 1225, San Francesco diceva: “…ke en obedientia moriate… / ka multo venderite cara questa fatiga”.

“Noi italiani abbiamo tramutato il k in ch“, scriveva più di un secolo fa l’erudito linguista Filippo Ugolini, quasi a lamentarsene, nel suo Vocabolario di parole e modi errati. “Ma già Trissìno, nel 1510, voleva resuscitare la k, defunta dal Duecento, con una polemica durata due anni”, spiega Giorgio Bàrberi Squarotti, cattedra di letteratura italiana all’università di Torino, direttore del monumentale Grande dizionario della lingua italiana (che l’Utet va pubblicando da una quarantina d’anni, senza averlo ancora ultimato, tanto ricco e complesso – “complexo” – è il dolce idioma).

“Non ha senso una pretesa riforma della grafia – aggiunge Bàrberi Squarotti – e del resto i dizionari raccolgono tutte le lettere dell’alfabeto, per parole tecniche, ad esempio, che richiedono una grafia di uso esclusivamente specialistico”. Eppure, fra Internet e linguaggi computerizzati, circolano già moltissime parole ibride. Come adeguarsi? “Una lingua muore quando ne sparisce la tradizione – risponde ancora Bàrberi Squarotti – e Internet non è una rottura con la tradizione, ma una tecnica nuova, usata da una minoranza di persone; mentre la lingua d’uso non può essere tecnica e astratta.

“Le riforme ortografiche sono sempre un disastro, come si è dimostrato con quella proposta in Francia tre anni fa, respinta anche dai francesi del Canada e della Svizzera; come presumo farebbero (se passasse in Italia) i nostri connazionali all’estero”, dice Giovanni Nencioni, presidente dell’Accademia della Crusca. Però già qualche “cruscante” ha perorato un rinnovamento della grafia, se non altro per gli accenti di parole che confondono significati. “Ogni lingua ha i suoi segni particolari – puntualizza Nencioni – e nelle grammatiche si spiega l’uso di quelli meno correnti, per capire linguaggi specifici, come navigando in Internet.

Ogni epoca, d’altra parte, ha avuto una lingua “internazionale”: per gli antichi fu il Greco, poi il Latino fino al tardo Medio Evo e poi il francese sino al primo ‘800. Accade lo stesso con l’inglese, considerandola lingua strumentale. Mentre l’italiano, poco diffuso – conclude il presidente della Crusca – deve restare lingua colta, senza ferirne le autentiche realtà culturali”.

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